Roma, arriva Muammar Gheddafi. Proteste e manifestazioni per tre giorni

Fonte: unità.it

Capelli lunghi e neri nonostante l’età, grandi occhiali scuri, il colonnello Muammar Gheddafi, atterrato a Ciampino alle 12 nella sua prima visita ufficiale in Italia. Indossava una vistosa uniforme nera sulla quale spiccava all’altezza del petto la fotografia del «leone del deserto» Omar al-Mukhtar, l’eroe della resistenza anti-italiana catturato e impiccato dai fascisti nel 1931. Con lui, una folta e colorata delegazione, tra cui la guardia privata di . Gheddafi, tutta al femminile: sono le famose “amazzoni” libiche, che seguono sempre il colonnello in ogni suo spostamento, e portano un vistoso basco rosso ed una divisa militare. Il leader libico ha poi avuto un colloquio con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nello Studio alla Vetrata del Quirinale. L’incontro è iniziato con oltre mezz’ora di ritardo rispetto al programma iniziale.

Gheddafi, con oltre 300 persone al seguito, resterà per tre giorni fitti di impegni politici e di affari. Con Berlusconi avrà un colloquio nel pomeriggio, seguito da una conferenza stampa. A pranzo, l’incontro con Napolitano. Sabato Gheddafi resterà a Roma per una serie di incontri nella tenda a Villa Pamphilij. Ma a parte il sindaco Alemanno, sono in molti a non volere Gheddafi a Roma, a rifiutare di incontrarlo e a prepararsi a scendere in piazza per dirlo forte.

«Io non respingo» di Amnesty International e Fortress Europe a Piazza Farnese
Alla vigilia dell’arrivo di Gheddafi, Amnesty International chiede allo Stato italiano di porre fine alla «cooperazione poco trasparente e priva di garanzie in materia di diritti umani, che ha sinora contraddistinto le relazioni tra Italia e Libia». Nel mirino di Amnesty è in particolare, il Trattato di “Amicizia, partenariato e cooperazione”, preparato dal governo Prodi, firmato dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e dal leader libico a Tripoli nell’agosto 2008 e velocemente ratificato dal parlamento italiano a febbraio 2009. «Questo trattato -sottolinea Amnesty- non dedica spazio alla tutela concreta dei diritti umani». Amnesty ricorda che 500 migranti e richiedenti asilo, sono stati «ricondotti forzatamente in Libia a prescindere da qualsiasi valutazione del loro bisogno di protezione internazionale». La Libia, denuncia Amnesty, non ha un sistema d’asilo funzionante e, le stesse autorità libiche hanno inoltre indicato di non avere alcuna intenzione di aderire alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, mentre l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) può operare a Tripoli, ma la Libia rifiuta di firmare accordi che ne riconoscano formalmente la presenza.

Amnesty dà appuntamento per una manifestazione a Roma, in Piazza Farnese dalle ore 18, contro i respingimenti forzati, organizzata da Fortress Europe (osservatorio sulle vittime dell’immigrazione), intitolata «Io non respingo». Si alterneranno testimonianze sulla Libia a poesie, intermezzi musicali a momenti di informazione e di riflessione. È fra l’altro prevista la presenza di Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Andrea Pandolfo, Monserrat, Igiaba Scego. Fortress Europe mostrerà al pubblico le foto scattate nei campi libici. Per informazioni: http://fortresseurope.blogspot.com.
Oltre alla manifestazione di Roma, una rete spontanea di organizzazioni nata intorno a Fortress Europe sta organizzando dal 10 al 20 giugno 55 eventi in 35 città italiane, sempre con le stesse motivazioni.

Gheddafi2
La visita del Colonnello Gheddafi in Italia «celebra un accordo sporco», denuncia l’osservatorio umanitario, Human Rights Watch, alla vigilia dell’arrivo di Gheddafi a Roma. «Tra il premier Silvio Berlusconi e il colonnello Gheddafi – si legge in una nota diffusa negli Stati Uniti – non c’è vera amicizia, ma uno sporco accordo grazie al quale l’Italia può rispedire in Libia gli emigranti e chi cerca asilo, venendo così meno ai propri impegni». L’osservatorio sottolinea come il governo Berlusconi abbia assicurato alla Libia investimenti di 200 milioni di dollari l’anno per i prossimi 25 anni per infrastrutture nel Paese. Infine ricorda come la Libia non aderisca alla Convenzione sui rifugiati dell’Onu e non abbia un sistema che preveda il diritto d’asilo, anzi abbia il triste primato di abusi e maltrattamenti ai danni di emigranti. Per tutte queste ragioni, conclude l’associazione umanitaria, «non può essere considerato seriamente un partner in nessun accordo che sostenga di proteggere i rifugiati».

I Radicali contro l’intervento in Senato
Forte protesta dei Radicali alla decisione di far parlare il dittatore libico al Senato. «Approfittando dell’assenza di Emma Bonino in missione nella Repubblica Democratica del Congo e con la sola opposizione dell’Idv», affermano in una nota i senatori Radicali nel gruppo del Pd, Donatella Poretti e Marco Perduca, «la conferenza dei capigruppo ha rovesciato quanto era emerso due settimane fa alla notizia della possibilità che il colonnello Gheddafi prendesse la parola in aula e cioè il passaggio alla Camera nella Sala della Lupa. La nostra opposizione a riservare a Gheddafi quanto a oggi riconosciuto solo a Re Juan Carlos e Kofi Annan resta ferma, in Senato abbiamo chiesto assieme a molti colleghi e al senatore Divina della Lega Nord che se ne discuta in aula e si voti se sospendere i lavori per far parlare un dittatore».
«Invitare in Senato Gheddafi è peggio che invitare Totò Rina», ha detto da parte sua il senatore dell’Italia dei Valori, Stefano Pedica. «Se il Premier e i suoi vogliono evitare imbarazzi – spiega Pedica – gli consiglio vivamente di retrocedere rispetto all’annuncio della visita del dittatore Gheddafi prevista per giovedì in Senato. Noi non rimarremo certo in Aula a rendergli onore, ce lo chiede il Paese e ce lo chiedono tutti i cittadini che vedono ormai minata la democrazia nel nostro Paese. Quest’ultima notizia – conclude Pedica – è la conferma chiara e netta che l’intento del premier è quello di importare in Italia una “democrazia” libica».

La protesta dell’Onda a La Sapienza«L’Onda respinge Gheddafi». Con questo slogan gli studenti della «Sapienza in Onda» hanno rivolto un appello «a migranti e realtà sociali cittadine» per contestare la visita del leader libico all’università La Sapienza di giovedì prossimo. Per quello stesso giorno, alle 10.30, nella città universitaria della Sapienza, l’Onda ha dato appuntamento per la protesta, che prevede azioni comunicative. Gli studenti, che hanno annunciato «l’apparizione di San Papier, protettore dei migranti della Terra», hanno rivendicato il «diritto al dissenso», contro le polemiche che si «riproducono ogni qual volta un invitato in pompa magna viene contestato da studenti, ricercatori e docenti». La protesta dell’Onda «si vuole opporre in primo luogo all’articolo 19 del trattato stipulato tra Italia e Libia, che mette sullo stesso piano la lotta al terrorismo, la lotta al traffico di sostanze stupefacenti e l’immigrazione clandestina». «Su quali argomenti, a che proposito e per quale motivo sia stato invitato non ci è dato saperlo», hanno detto gli studenti a proposito degli scopi della visita di Gheddafi. «Già vediamo il rettore Frati – hanno aggiunto – stendere il tappeto rosso a colui che fino a poco tempo fa era ritenuto uno dei più sanguinari dittatori».
Anche molti docenti universitari sono contrari alla visita di Gheddafi all’università. «Sono più di 200 le firme raccolte – hanno comunicato alcuni studenti di Fisica – tra studenti, docenti, ricercatori e personale tecnico-amministrativo che ritengono inopportuna la visita del leader libico Gheddafi all’università La Sapienza giovedì prossimo». Gli studenti hanno inoltre «lanciato un appello per le firme contro la visita di Gheddafi all’università». «Tra i docenti firmatari – hanno riferito gli studenti – ci sono i professori del dipartimento di Fisica della Sapienza Giorgio Parisi, Brunello Tirozzi e Carlo Cosmelli».

Gheddafi no camping”
«No camping. Gheddafi, la tenda piantala a villa Certosa». È lo striscione esposto a Roma in piazza della stazione dei quattro venti, nel quartiere Monteverde, dove un gruppo di 50 persone del collettivo giovanile “Black Out” ha protestato con un presidio contro la visita del leader libico Gheddafi nella Capitale. «Riteniamo inaccettabile – hanno detto i collettivi – che un bene pubblico come Villa Pamphilij venga espropriato “manu militari” per allestire un parco gioco per potenti, con tanto di amazzoni e corbellerie varie. Un’ulteriore dimostrazione pacchiana dell’arroganza dei governanti, con il paradosso di accogliere con tutti gli onori un dittatore e ricacciare i poveri disperati».
In un locale della stazione dei Quattro Venti, «concesso – ha detto il collettivo – dalle Fs per convegni e incontri», i giovani hanno programmato anche la proiezione del documentario “Come un uomo sulla terra”, sulla realtà dei campi di detenzione il Libia per immigrati. La piazza è presidiata degli agenti della polizia. Nei giorni scorsi il gruppo di giovani aveva già esposto striscioni, attaccato adesivi e distribuito volantini. «Hanno riscosso consenso in ogni via e negozio del quartiere», hanno detto gli esponenti del collettivo.

Anche la comunità ebraica contro Gheddafi
«Ma il colonnello Gheddafi vuol veramente incontrare gli ebrei romani di origine libica, oppure no?». Ad avanzare la domanda è il presidente della Comunità ebraica romana (Cer) Riccardo Pacifici confermando l’impraticabilità dell’incontro ancora fissato dai libici, in base all’agenda della visita di stato, per sabato prossimo alle ore 10.00 e che si svolgerebbe dunque durante il tradizionale riposo sabbatico. Già Shalom Tesciubà, vicepresidente della Comunità e responsabile della folta comunità degli ebrei romani di origine libica che avrebbe dovuto guidare la delegazione, aveva detto nei giorni scorsi che sarebbe stato impossibile un incontro di sabato. «Guardiamo – ha spiegato Pacifici – con grande attenzione e rispetto a questo incontro, ma non vorrei, come sostengono alcuni, che sia una scelta deliberata tesa ad umiliare gli interlocutori. Tra l’altro voglio ricordare che Tesciuba è addetto alla sinagoga di Via Padova». Pacifici ha poi detto che c’è un contenzioso con la Libia di Gheddafi, ovvero la vicenda dell’attentato del 1982 alla Sinagoga di Roma nel quale perse la vita il bambino Stefano Gay Tachè e furono ferite molte persone (tra cui lo stesso padre di Pacifici). «Per questo – ha detto ancora – pongo una domanda che mi auguro vorranno avanzare anche le autorità italiane: che fine ha fatto il terrorista Al Zomar, implicato in quell’attentato, e che, arrestato in Grecia, fu consegnato libero ai libici invece che all’Italia dove era ricercato per un condanna in contumacia all’ergastolo nel 1988? Chi erano gli altri del commando e chi i complici in Italia di quell’attentato? Ha intenzione di riconsegnarlo all’Italia nella comune battaglia contro il terrorismo?».

Incontro con le donne, in migliaia dicono “no”
La richiesta del leader libico Gheddafi di incontrare circa 700 donne rappresentanti del mondo imprenditoriale, politico e culturale italiano suscita la reazione di un gruppo di italiane e africane che in una lettera indirizzata allo stesso Gheddafi – e per conoscenza ai rappresentati del governo italiano e dell’Unione Europea – esprime un proprio rifiuto. le motivazioni? L’indignazione per le violenze ai danni degli uomini e delle donne presenti in Libia per lavorare o semplicemente per raggiungere l’Europa, perpetrate con la complicità dell’Italia e della Ue: rastrellamenti, deportazioni, stupri, vendita ai trafficanti di esseri umani, campi di concentramento. «Noi non facciamo né vogliamo far parte delle 700 donne che lei ha chiesto di incontrare – si legge nella lettera-. Siamo, infatti, donne italiane, di vari paesi europei e africani estremamente preoccupate e scandalizzate per le politiche che il suo paese, con la complicità dell’Italia e dell’Unione Europea, sta attuando nei confronti delle donne e degli uomini di origine africana e non, attualmente presenti in Libia, con l’intenzione di rimanervi per un lavoro o semplicemente di transitarvi per raggiungere l’Europa. siamo a conoscenza dei continui rastrellamenti, delle deportazioni delle e dei migranti attraverso container blindati verso le frontiere sud del suo paese, delle violenze, della “vendita” di uomini e donne ai trafficanti, della complicità della sua polizia nel permettere o nell’impedire il transito delle e dei migranti. ma soprattutto siamo a conoscenza degli innumerevoli campi di concentramento, a volte di lavoro forzato, alcuni finanziati dall’Italia, in cui donne e uomini subiscono violenze di ogni tipo, per mesi, a volte addirittura per anni, prima di subire la deportazione o di essere rilasciati/e. alcune di noi quei campi li hanno conosciuti e, giunte in Italia, li hanno testimoniati».

«Tra tutte le parole e i racconti che abbiamo fatto in varie occasioni, istituzionali e non, o tra tutte le parole e i racconti che abbiamo ascoltato- prosegue la lettera del gruppo di donne italiane e africane indirizzata al leader libico- scegliamo quelli che anche lei, insieme alle 700 donne che incontrerà, potrà leggere o ascoltare». Questa la testimonianza diretta di Fatawhit, eritrea : «Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l’urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. a Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure.
Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinte e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. l’unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare».
Una seconda testimonianza è quella di Saberen, eritrea: «Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500 dollari».
L’elenco delle adesioni alla lettera è sul sito: http://www.storiemigranti.org.

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