Rockstar: Intervista ai Sigur Rós

fonte: www.rockstar.it
sigur_ros_inter1L’appuntamento con Jonsi Birgisson, anima, voce e chitarra dei Sigur Rós è all’hotel Excelsior a Via Veneto, Roma.
Se pensi ai Sigur Rós non immagineresti mai di intervistarli in un albergo del genere. Né i loro personaggi né la loro musica fanno venire in mente rockstar da albergo extralusso. Da quando la band è passata dall’indipendente Fatcat alla major Emi (con l’album “Takk” del 2005) probabilmente tante cose sono cambiate nelle loro vite. Eppure il loro spirito sembra essere lo stesso: cortese, naturale e sempre un po’ riservato.

Come è nata la collaborazione con il regista canadese Dean DeBlois?
«È stato lui a contattarci. La nostra musica lo ha sempre ispirato e da tempo voleva trovare un modo per fare qualcosa con noi. In realtà noi avevamo già iniziato a filmare i nostri concerti per l’isola con un altro regista. Ma i risultati non ci convincevano, non sapevamo come andare avanti.
Lui è stato l’uomo giusto al momento giusto: ha visto il lavoro che avevamo fatto ed è riuscito a dare una struttura e uno storyboard alla nostra idea. E soprattutto ci ha suggerito di inserire più parti acustiche».

Nei vostri videoclip c’è sempre molta natura. Anche nel film avete sottolineato il vostro amore per l’ambiente esibendovi in un’enorme vallata prima che venisse sommersa dall’acqua…
«Ultimamente il governo islandese ha permesso a compagnie estere, soprattutto americane ma anche italiane, di insediarsi con industrie per la produzione di alluminio nel nostro Paese. Queste fabbriche hanno bisogno di molta energia elettrica, così il governo ha deciso di costruire un’enorme diga per produrla. Tutto ciò ha avuto un impatto ambientale spaventoso. Pur non essendo la nostra una band politicamente impegnata, prima che l’acqua sommergesse quell’enorme spazio verde siamo andati lì a suonare in segno di protesta».

Beh, effettivamente le immagini del film lasciano non poco shockati…
«In genere si ha un’idea molto “verde” dell’Islanda, forse per i suoi paesaggi ancora intatti, ma posso assicurare che per quanto riguarda le politiche ambientali siamo ancora molto indietro, soprattutto se comparati agli altri paesi scandinavi. Siamo inadeguati persino nelle politiche di riciclaggio».

Cosa ti piace più della tua Islanda?
«L’aspetto migliore del mio Paese è che è pieno di musicisti (ride, nda). Il benessere economico dà a tutti la possibilità di dedicarsi alle proprie passioni. I giovani hanno molta buona volontà e danno sfogo alla loro creatività. Ma c’è anche qualcosa che a me non piace assolutamente: siamo sempre più influenzati dalla cultura e dagli stili di vita americani. Questo ci sta facendo perdere un poco la nostra identità, in particolare le nostre tradizioni. E, in qualche modo, ci sta impoverendo».

In contemporanea con il DVD è uscito anche “Hvarf/Heim” , un doppio album con due titoli che raccoglie vostri inediti. In “Heim” (“casa” in islandese, nda) sono presenti sei versioni acustiche dei migliori brani dei vostri dischi.
Che cosa puoi dire sulle cinque tracce di “Hvarf”?
«“Hvarf” significa “invisibile”, “nascosto”. Infatti in questo disco abbiamo voluto raccogliere b-side e brani più elettrici che non avevano trovato posto nei nostri lavori precedenti. In qualche modo “Hvarf” vuole essere anche un piccolo tributo allo studio omonimo dove abbiamo registrato il nostro primo album “Von”. Tutto è iniziato da lì».

I Gaer” è un pezzo decisamente rock. Ascoltandolo viene in mente un poco “Shine on your crazy diamond”, soprattutto per l’effetto della chitarra.
Trovi una somiglianza tra la vostra musica e quella dei Pink Floyd?
«A essere sincero no (ride, nda). Non sono un grande fan dei Pink Floyd. Li ho ascoltati solo quando ero più piccolo. Non mi piacciono molto i paragoni. Tanto meno i termini come “post-rock” con i quali la gente vuole definire la nostra musica. In “I Gaer” e “Hljomalind” è presente quella vena rock che abbiamo voluto un po’ eclissare nelle nostre precedenti produzioni».

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