Coprifuoco di 48 ore in Honduras. L’Onu condanna il golpe

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FONTE: Sole24ore

Dopo il colpo di stato che ha destitutio il presidente Manuel Zelaya, in Honduras il presidente del parlamento, designato capo dello Stato, Roberto Micheletti, ha decretato un coprifuoco di 48 ore nel paese a partire dalle 21 locali di ieri (le 4 di questa notte in Italia).
Micheletti ha anche ringraziato la Chiesa honduregna e le Forze armate del Paese per il sostegno avuto nel golpe che ha destituito lo stesso Zelaya. Micheletti ha parlato dal Parlamento, che poco prima aveva «separato dall’incarico» Zelaya, impegnandosi a portare avanti una politica di conciliazione tra tutti i settori della società del Paese.
Manuel Zelaya, intanto, è giunto ieri sera in Nicaragua per un summit straordinario dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (Alba) e del blocco dei paesi centro-americani. Zelaya è stato accolto all’aeroporto di Managua dal presidente del Nicaragua Daniel Ortega e dal presidente venezuelano Hugo Chavez. «Se in America Latina si riapre la pagina dei golpe nessun presidente potrà stare tranquillo», ha sottolineato Zelaya nelle sue prime dichiarazioni a Managua.

Da tutto il mondo si sono alzate voci di condanna sul colpo di Stato. Dagli Stati Uniti all’Unione Europa agli Stati di Centro e Sud America, tutti sono concordi nel condannare la destituzione di Zelaya e a chiedere il ripristino dei principi democratici. Per una volta parlano tutti all’unisono, da Barack Obama a Fidel Castro, dal presidente venezuelano Hugo Chavez al ministro degli esteri italiano Franco Frattini.
Subito dopo essere stato portato in Costa Rica, il presidente Zelaya in collegamento con la tv venezuelana Telesur e con la CNN in spagnolo, aveva posto al presidente degli Stati Uniti questa domanda: «Obama, ci sei tu dietro a tutto questo?».
Immediata la risposta negativa da Washington. E nel giro di pochi minuti è arrivata attraverso un comunicato la dichiarazione ufficiale dello stesso Obama, che ha precisato di essere «molto preoccupato»: «Chiedo a tutti gli attori politici e sociali in Honduras di rispettare le norme democratiche, la legge e gli impegni della Carta democratica inter-Americana. Ogni tensione esistente e ogni contesa deve essere risolta in modo pacifico attraverso un dialogo libero da interferenze esterne», ha detto Obama.
La sua dichiarazione è stata seguito da quella del segretario di Stato americano, Hillary Clinton. «Chiediamo a tutte le parti in Honduras di rispettare l’ordine costituzionale e la legge, di riaffermare la loro vocazione democratica e di impegnarsi a risolvere le loro divergenze politiche in modo pacifico e attraverso mil dialogo», ha affermato.
A breve sono giunte quindi nel corso della giornata le dichiarazioni di condanna dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea, e via via quelle dei singoli Paesi del Centro e del Sud America, dal Venezuela all’Argentina, dall’Ecuador al Messico. Hugo Chavez ha detto di essere pronto a mettere a disposizione l’esercito del Veneuzela per riportare la legalità in Honduras. Pronta la risposta di Micheletti: «Vedo con molta preoccupazione quello che dice Chavez senza riflettere, che non venga a minacciarci», ha ammonito, aggiungendo di essere «totalmente sicuro del nostro esercito, che è pronto ad intervenire».

Anche il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, ha chiesto che il presidente Zelaya sia ristabilito nelle sue funzioni e che i diritti dell’uomo siano totalmente rispettati. «Il segretario generale esprime il suo fermo sostegno alle istituzioni democratiche del Paese e condanna l’arresto del presidente della Repubblica, Josè Manuel Zelaya», si legge in un comunicato dell’Onu.
L’Assemblea generale delle Nazioni unite si riunirà oggi per esaminare la situazione politica in Honduras, dove il presidente Manuel Zelaya è stato destituito e fatto partire per il Costa Rica a seguito di un golpe militare. Lo annuncia un portavoce dell’Onu.

Le cause del golpe
Dietro il golpe c’è addirittura la Corte Suprema. Lo hanno reso noto gli stessi giudici spiegando di aver ordinato ai militari di agire perché Zelaya aveva tentato di violare la legge facendo votare il referendum per autorizzare la sua rielezione alle consultazioni che si svolgeranno il 29 novembre. Il blitz è avvenuto appena prima che iniziassero le operazioni di voto che avrebbero permesso al sostenitore della via honduregna al «liberalismo socialista» di candidarsi per altri quattro anni. Sono stati arrestati anche i principali sostenitori del referendum, tra i quali ben otto ministri (tra i queli il ministro degli esteri, Patricia Rodas Baca, portata via da militari incappucciati) e il sindaco di San Pedro Sula, Rodolfo Padilla. I militari hanno requisito i seggi referendari già allestiti.
L’arresto di Zelaya è arrivato in seguito alla crisi istituzionale che si era aperta venerdì 26 giugno per la decisione dell’ex presidente di rimuovere il ministro della Difesa, Angel Edmundo Orellana, e il capo di stato maggiore delle forze armate, Romeo Vàsquez, la cui reintegrazione era stata chiesta dalla Corte suprema.

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