Il restauro della Cappella Paolina rivela l’ultimo autoritratto di Michelangelo

michelangelo-670FONTE: IL SOLE 24ORE

Per quei due grandi affreschi laterali nella Cappella Paolina, raffiguranti la Conversione di Saulo e la Crocifissione di San Pietro e ultima sua impresa da pittore, Michelangelo fu molto criticato: per l’aspetto troppo vecchio di Paolo, per la nudità e l’assenza di chiodi di Pietro, già deposto sulla croce. Il lungo restauro durato sette anni e costato oltre tre milioni di euro della Cappella parva (destinata all’esposizione del Santissimo Sacramento) ha restituito leggibilità a quel luogo di preghiera e meditazione del papa e della corte pontificia, ma non ha risarcito il genio cinquecentesco dai successivi rimaneggiamenti. «Quei chiodi sono come tre scarafaggi. Sono dell’idea che quando una cosa è brutta, bisogna toglierla». E il restauratore Maurizio De Luca, che ha diretto lo staff dei Laboratori di Restauro dipinti antichi dei Musei Vaticani durante il complesso intervento, li avrebbe rimossi, perchè tutti gli studiosi lo sanno da sempre che i chiodi in origine non c’erano. «Sono pleonastici, in quanto San Pietro è immortalato nel momento in cui si offre al martirio. Il restauro li ha mantenuti perchè si tratta comunque di un elemento connesso alla Crocifissione», spiega monsignor Paolo de Niccolò, Reggente della Prefettura Pontificia al termine della conferenza stampa che ha presentato l’intervento sulla Cappella Paolina. Che, ha precisato, non farà in nessun caso parte del circuito museale del Vaticano, «non si pagherà mai il biglietto per visitarla». Solo in questo periodo, a ridosso del restauro, ci sarà maggiore elasticità a rilasciare permessi per studiosi interessati a rivedere le ultime pennellate di Michelangelo.

Lo stesso De Luca rivela poi un particolare inedito. L’uomo con turbante tra le figure affrescate rappresenterebbe lo stesso Michelangelo. «Proprio il turbante sul suo capo mi faceva pensare ai cavatori e agli scalpellini. Lo stesso Giuliano Bugiardini così ritrasse il genio, con quel turbante in capo. Da questa intuizione, durante i lavori di restauro ho poi realizzato che il pittore ha dipinto quell’immagine in un unico giorno. Se gli altri cavalieri ritratti sono risolti per grandi masse, non così per questo personaggio che è realizzato con minuzia, con i peli della barba dipinti uno per uno, che lasciano intendere l’intento di Michelangelo di lasciare un’effigie».
Sottolinea il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci, «la maestosa armonia» della Cappella parva, dove, alla presenza di Michelangelo, si aggiungono quelle dello Zuccari e del Sabatini. La presenza del Buonarroti, ha proseguito, rappresenta solo due decimi di quel luogo che è stato a cuore a tutti i pontefici, e, di conseguenza, il restauro non ha puntato ad affidare al grande artista un ruolo da protagonista.

Di certo i capolavori che scorrono sulle pareti laterali della Cappella rapiscono letteralmente. A partire dallo sguardo oltremodo severo di San Pietro. «C’è un pentimento importante proprio nel collo, come se a un certo punto Michelangelo avesse voluto far ruotare la croce e la testa del martire per fargli assumere quell’espressione sconvolgente». Michelangelo realizzò la commessa di Paolo III da vecchio, tra il 1542 e il 1550, impiegando ben quattro anni per ogni affresco. Oltre all’età aveva molti altri impegni cui far fronte, dice il direttore storico artistico del restauro Arnold Nesslrath sottolineando che qui il Buonarroti torna, dopo l’affresco corale della Sistina, a fare scene. Il restauro ha fatto riemergere, nella Conversione di Saulo, il dettaglio, sullo sfondo, della città di Damasco, trasformata in una sorta di presepe da un intervento del 1934. Ora, invece, torna «la sua sublime pittura che respira l’aria dell’arte pompeiana». Infine grande clamore ha suscitato l’ipotesi prospettata da De luca secondo il quale tra le figure ripulite ci sarebbe il volto dello stesso Michelangelo che avrebbe così firmato il suo ultimo dipinto.

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