Intervista esclusiva a Carlo Recalcati:”Complimenti a Barcellona”

Carriere da incorniciare, che raccontano storie di uomini eccezionali che con la pallacanestro hanno scritto pagine memorabili che non finiscono mai di esaltare ed emozionare. Un connubio, quello tra passione e sport, che per molti è leggenda per altri è estremismo. Quest’ultimo non è il nostro caso, ma ciò che importa sono i risultati e per un allenatore come Carlo Recalcati questa è conoscenza,  aldilà dei riconoscimenti che le vittorie producono. Chiedetelo proprio a lui, a Charlie Recalcati, un vincente, un maestro. Adesso, finito il rapporto con la Nazionale Italiana, è tempo di resoconti (ma non troppi) e di guardare con calma a tutto quello che la pallacanestro partorisce e dà alla luce. Lo abbiamo raggiunto e tra una domanda e l’altra ci accorgiamo di quanto è bello questo sport, anche negli aspetti più eterogenei, come una semplice discussione tra un saggio e il suo interlocutore.

di Mario Garofalo


A pochi mesi (due) della fine dell’impegno con la Nazionale Italiana, qual è il suo stato d’animo in relazione alla fine del suo rapporto?

“Era un rapporto che si era convenuto di continuare, quindi è arrivata un po’ a sorpresa questa interruzione. Poi dopo c’è stato un accordo reciproco per trovare la soluzione e ci tengo a precisare che la scelta non è stata figlia della mancata qualificazione agli Europei, già in bilico da prima. Noi allenatori come lavoro siamo sempre legati ai risultati e non lo disconosco. Se vogliamo vedere la mancata qualificazione dobbiamo tornare all’estate del duemilaotto e in quel momento non c’è stata la presa di posizione della Federazione, cosa che è avvenuta nel duemilanove a qualificazione compromessa dove peraltro mi è stato rinnovato il contratto. Ecco perché non mi è risultata molto chiara questa decisione. Bisogna tenere presente che quando si è insediato il nuovo consiglio federale e il nuovo presidente, io proposi loro di rimettere il mio contratto e questo sarebbe stato un vantaggio per loro e per me. Questo voleva dire che si potevano rimodulare i programmi e che personalmente potevo riorganizzarmi in modo diverso e invece ci fu una piena fiducia, al punto di prolungarmi il contratto. Anche se è passato un po’ di tempo l’amarezza rimane, soprattutto per i modi in cui è venuto meno questo rapporto”.

Considera chiusa qualsiasi possibilità per il momento o sta a guardare quello che offre la “piazza”?

“Assolutamente no. Devo dire una cosa, non mi sono mai trovato in questa situazione e non escludo un ipotesi di rientro in corsa, anche se quest’aspetto va valutato e ponderato. E’ certo che non vivo l’ansia frenetica del momento. Sicuramente guardo lontano all’estate prossima, anche se sto alla finestra”.

Andiamo a fondo ai problemi che caratterizzato da un po’ di tempo il basket italiano. Tanto si è parlato, scritto e giudicato sulle possibili e probabili medicine per questo sport, definito in crisi d’identità.

“I problemi esistono e vanno curati. Spesso capita che quando si dicono le cose in anticipo, mi riferisco a determinate problematiche avanzate da me in tempi non sospetti, si è definiti troppo pessimisti al fine di esaltare la propria figura. La mia era una fotografia della situazione e trovatomi nel mio posto di primo allenatore, sono riuscito a delineare a 360 gradi quello che poteva avvenire da lì a poco. Lo scandalo degli arbitri è una sorta di malcostume e va aldilà delle mie previsioni, che erano ricondotte più che altro alla mancata competitività che il nostro movimento poteva avere da li al prossimo futuro nella gestione dei talenti e nella crescita del panorama cestistico italiano. Adesso è facile riparlarne”.

Il suo successore, Simone Pianigiani, farà la spola tra il suo club e la Nazionale. Come giudica il fatto che sarà impegnato “part time” con gli azzurri?

“Io per tre anni l’ho fatto e l’ho fatto a Siena, proprio dove Pianigiani era mio assistente. E’ vero, non hai la piena visione dell’intero apparato ed è forse anche per questo che ho ritenuto più avanti di farlo a tempo pieno, cosi come i primi due anni da head coach. Il ruolo del primo allenatore funge anche nello stimolare tutto e tutti e per farlo sarebbe il caso di concentrarsi solo su questo. Allo stesso modo però, ritengo che la volontà della Federazione fosse quella di consegnare le chiavi ad un professionista vincente, che potesse trasmettere questo anche alla squadra e la scelta di puntare dritto su Pianigiani penso sia figlia di questa concezione. La tradizione di fare affidamento ad allenatori vincenti non è casuale comunque. E’ stato cosi per Gamba, Bianchini, per me,  per Messina e Tanjevic”.

Rivolgiamo l’attenzione verso la A dilettanti. Come crede si rapporti la regola degli under ad un campionato semi professionistico come l’ex B d’eccellenza?

“Quando si cominciò a parlare di under nella A dilettanti proposi che venisse scelto un campionato solo per gli under e la mia era una valutazione squisitamente tecnica. Questo secondo me aveva una logica tecnica perché, portando più giovani che over, i ragazzi avevano più possibilità di approcciarsi al parquet. Invece adesso vediamo tanti bravi giovani dislocati in squadre di diversa serie e poi ci si rende conto che pochi alla fine fanno l‘exploit e questo è il grande rischio tecnico. Si decise che non era opportuno fare questo ed è chiaro che nel momento in cui fai questo si va incontro ad un aumento dei costi. Si devono fare delle scelte e non dico che questa sia la scelta sbagliata. Il tempo dirà se è stato fatto bene o meno. Quello che so che ci sono delle leggi di mercato che dicono che se tu aumenti l’offerta i costi si abbassano, dunque se vogliamo produrre giocatori dobbiamo fare riferimento in quelle squadre che investono nei settori giovanili”.

Dal punto di vista tecnico abbiamo in testa da un lato Forlì e Bologna, dall’altro Barcellona ed Ostuni.
Il suo giudizio?

“Conosco molto bene il campionato, anche perché l’ho fatto e mi rendo conto che siamo di fronte a un preciso equilibrio. Mi sembra che ci siano realtà diverse e varie, ma allo stesso tempo queste conservano quella dose di valori che la pallacanestro difficilmente trova nelle altissime categorie. Trovare da una parte e dall’altra dei due gironi realtà consolidate e storiche insieme a squadre “nuove”, se cosi si può definire, non può che fare solo bene all’Italia cestistica sul piano della passione e del calore”

Nella sua carriera di giocatore ed allenatore ha avuto modo di girare l’Italia e rendersi conto di come la pallacanestro si vive e si mastica in giro per lo stivale. Tra le sue esperienze più longeve c’è Reggio Calabria, cinque anni intensi dove ha anche avuto modo di conoscere Sandro Santoro, attuale General Manager della Sigma Barcellona. Un ricordo o frammento di “storia”.

“Aldilà dei rapporti professionali che ci hanno legato vi è un rapporto di stima ed amicizia reciproca. A Reggio Calabria sono cresciuto professionalmente e la mia famiglia conserva ricordi più che positivi di quei cinque anni. Questo grazie alla gente ed alle persone che mi hanno circondato in quel periodo. Tra queste Sandro Santoro va collocato tra i primissimi. Lui era il playmaker della mia squadra e praticamente era l’esecutore materiale delle direttive che davo alla squadra. Con lui c’erano continui confronti su più piani e conservo con gelosa passionalità quei momenti. E’ una persona molto sensibile e questo ha fatto si che il suo ruolo andasse oltre la figura del giocatore, al fine di capire tutte le problematiche e le esigenze dello spogliatoio. Questo aspetto lo contraddistingue anche adesso e credo che questa sua capacità possa essere fondamentale al futuro di Barcellona e, vista la sua esperienza, può dare molto a questa società”.

Chi ha calcato il parquet per anni è riuscito nel tempo a traslare le sue capacità anche in ambito dirigenziale o squisitamente tecnico nel ruolo di allenatore, difatti molti ex giocatori, come anche in altri sport, sono passati dall’altra parte del palco. La A dilettanti ne conta molti. Qual è il segreto o la palese conseguenza?

“Credo che questo lo possano fare solo gli ex giocatori che hanno avuto la capacità di maturare, da giocatori stessi, la percezione di avere elasticità nell’idea di gruppo e molti allenatori della A dilettanti ce l’hanno. Capacità ed esperienza, unita all’idea di gruppo, possono portare lontano un allenatore o membro di un team, che è volto al raggiungimento di un determinato obiettivo”. 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Mario Garofalo
(Ufficio Stampa Supermercati Sigma Igea Barcellona)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...