Intervista a Tonino Zorzi. “IL Basket che Paròn”

La storia come maestra di stile e di vita. Un continuum col presente che, in perfetta sintonia con la realtà, fa gioire e crescere allo stesso tempo. Quante saranno state in sessant’anni e forse più di pallacanestro ad alti livelli le volte che avrà visto una palla a spicchi scorazzare sul parquet? La sua storia è affascinante e così la sua carriera, prima di giocatore e poi di allenatore.
 Ebbene si, glielo abbiamo chiesto al “Paron” Zorzi, iconografia sincera e duratura della pallacanestro italiana. Solo un almanacco racconterebbe per filo e per segno cos’ha fatto coach Tonino per il basket e con il basket.  Attento e disponibile nel colloquiare su tutto, lo abbiamo avvicinato per scambiare ed apprendere due-tre cose della pallacanestro, poiché anche da semplici pareri e retrospettive è sempre possibile captare il meglio. E se una volta, a prescindere dalle “voci di popolo” che lo etichettano come un vate , i professori fossimo noi?
Sarebbe il caso di provarci o saremmo messi sotto dalla quantità esorbitante dei suoi schemi e dalla sua inimitabile esperienza? Ci proviamo e forse basterebbe che sia solo un’intervista produttiva, per certi versi unica. In primis una cosa ce l’abbiamo in comune: la passione per la pallacanestro.

 

 

 

 

di Mario Garofalo

 

 

 

 

 


Coach Zorzi, in che snodo temporale sopravvive il nostro basket?

“Quello che sta succedendo è una cosa veramente triste e per di più in un momento difficile, poiché sta venendo fuori un’immagine distorta per il basket Italiano e ne stiamo perdendo in popolarità. Sono preoccupato ed io penso che andrebbero sistemate prima tutte quelle beghe che purtroppo ci sono. Mi riferisco a tante cose e nello specifico alla situazione di Napoli, dove peraltro in passato ho condiviso momenti di grande splendore, e che a tutt’oggi assistiamo l’evoluzione e ne restiamo sconcertati. Non vorrei che finisse come quella canzone che dice “..come siamo caduti in basso..”. Adesso forse sarebbe il tempo dei confronti tra quelli che in questo sport hanno saputo mettere il loro contributo nella crescita del movimento”.

Si parla tanto di speranza e in questo campo le uniche sono rappresentate dalla crescita dei giovani cestisti. Lei è stato il padre professionale di tanti atleti emergenti che poi sono diventati dei campioni. Potrà servirci qualcuno per riapparire nei circuiti che contano?

“I giovani devono dare la giusta spinta al basket nostrano. Noto con piacere che fuori dai nostri confini abbiamo alcuni elementi che ci inorgogliscono, ma è altrettanto palese che ci sono tanti altri bravi elementi sparsi nei vari campionati che vengono offuscati dagli stranieri o non hanno la giusta motivazione e le giuste inclinazioni a far si che esplodano”.

Nella sua carriera ha allenato tanto al Sud, dove peraltro ha sempre fatto bene e vinto. Da pochi anni nella A dilettanti c’è stato un cambio di tendenza che ha portato le società del meridione a farsi sempre più spazio. Qual è il segreto?

“Queste sono realtà importanti che nel proprio organigramma societario e nel proprio roster vantano elementi di spiccate qualità, che rendono i progetti fattibili e propositivi e che hanno fatto in altre vesti molto bene, vedi l’apporto del vostro GM e mio amico Sandro Santoro. La marchiatura di grandi manager e grandi allenatori è dettata in parte da questo. Sicuramente sia al nord che al sud è possibile constatare che lo sport è anche alimentato dalla passione. L’esempio di Bologna, Forlì, delle pugliesi e soprattutto di Barcellona è molto importante e tangibile con mano”.

La A dilettanti molte volte passa come un campionato molto sfaccettato e che ha nel suo insieme molte lacune, tra tutte la regola degli under. Che ne pensa?

“Bisognerebbe spostare questa sorta di imposizione dalla A dilettanti, vera e propria realtà del panorama italiano, alle categorie inferiori. Il dovere di obbligare le società all’utilizzo dei giovani non comporta una crescita differenziata per il ragazzo”.

Lei ha cominciato ad allenare nel ‘62 a 27 anni ed oggi è assistant coach a Venezia. Come ha fatto ad adattarsi ai cambiamenti e come si fa ad essere attuali in questo mondo a 75 anni?

“Mi diverto sempre a lavorare in palestra e se devo dire la verità mi sento meglio adesso che in passato, anche perché ho maturato tante cose sulla mia pelle e questo mi fa ragionare e pensare bene. Tutto qui. Faremo certamente nuove esperienze  e dunque nuovi errori, anche perché i vecchi sbagli ci hanno reso più solidi e maturi”.

Per ultimo le chiedo dei “parametri utili” su cui scommettere o semplicemente dei nomi per questa  A dilettanti.

“Ci sono squadre che, nonostante le etichette, ancora faticano a correre. Sarà un campionato equilibrato fino alla fine ed è impossibile fare nomi o previsioni. Nel caso di Barcellona, aldilà dell’ottimo team, ci sono due plus in società e si chiamano Franco Gramenzi e Sandro Santoro, che sapranno bene quale saranno i passi giusti da fare per arrivare in fondo agli obiettivi prefissati in estate. La A dilettanti è un campionato difficilissimo che nasconde forse più inside della Lega Uno, che di per sé è un campionato complesso”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Mario Garofalo
(Ufficio Stampa Supermercati Sigma Igea Barcellona)

 

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