L’isola

Remai così tanto, e in maniera spedita, che appena avvistai la meta fui pervaso da una piacevole sensazione.
Di una cosa ero abbastanza certo: avevo rubato del tempo alle fatalità.
Eppure, il mio nemico conservava ancora le sembianze di un vento ostile, ininterrottamente al fianco e con lo sguardo fisso sulle mie scrutabili perplessità. L’impressione sovrastava la distanza che mi teneva ad un palmo di naso.
Giunsi sulla terra e ne gustai il tumulto, al corrente che il mio vagare era ormai in memoria. Sarebbe ritornato utile nei momenti di nostalgia, quando scende la sera o quando non senti volare una mosca se non quella che fischia disordinata nella testa.
L’isola, però, ne valeva la pena: selvaggiamente innamorata del suo humus, trascinante ed incontaminato, una luce accecante all’occhio clinico di un viandante in comodato d’uso.
Tutto in movimento lungo un corpo diffuso di curiosità

(m.gar) 7.7.14

“acrobata del vizio” di da.genovese

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