Silent

È proprio una voglia di silenzio, un desiderio momentaneo ed improvviso, che non ha nulla da spartire con le scorpacciate di felicità e condivisione. Non c’è coraggio, e non ci sono teorie attraverso le quali valga la pena di insistere col piglio della perseveranza. Tutto è lento e buio, anche se l’abito sprigiona una luce catarifrangente

(m.gar) 10.07.16

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Le ragioni di un’emancipazione

..perché emanciparsi è il superamento di un errore, l’ammissione di una colpa: è come prendere una forbice e ritagliare la sagoma di sé stessi, spostarla senza contorni vuoti nella zona più libera ed intatta di quel foglio enorme chiamato vita. In quella porzione di spazio ci si sente appagati, non ci sono pieghe e la storia prende una forma secondo una precisa volontà. Non ci sono bugie, dispiaceri, amarezze o noncuranze, non ci sono speranze spezzate, luci spente, aspettative negate o porte chiuse: tutto è determinato dalla propria espressione…

(m.gar) 03.07.16

#9

Gioia che origine ha avuto in te
Se ora vedessi l’effetto
con la luce estranea del mondo
la forza troverebbe il suo canto

Risa sul viso tuo
Se accarezzassi il mento
con le mani di chi ti ama
la bocca elargirebbe felicità

Occhi all’apice della tua forma
Se li incrociassi a caso
come la notte spezzata dal fulmine
La mente implorerebbe eternità

(m.gar) 26.03.15

La bella Stagione

I castelli sono fortezze piantate in aria
elevate al cielo dai cuori di chi respira altitudine
Visi e sorrisi riconosciuti al moto di un’allegria
lineamenti smussati dal benvenuto di una carezza

Pozzi che han ritrovato un punto alla propria luce
chiarori scoperti in un ciclone di insolazioni colorate
Inchiostri intinti in un muscolo involontario
messaggi di stanze arredate col tocco di una sirena

Corpi sfiorati di un chiaro ed ambito incanto
fissato nella parte più interna del desiderio
Occhi trasmessi da un presente ritrovato
facce e teste al sole della nuova stagione

(“molto bello”: se condivisa, l’attività fa rima con felicità)

(m.gar) 24.7.14

la bella stagione

L’isola

Remai così tanto, e in maniera spedita, che appena avvistai la meta fui pervaso da una piacevole sensazione.
Di una cosa ero abbastanza certo: avevo rubato del tempo alle fatalità.
Eppure, il mio nemico conservava ancora le sembianze di un vento ostile, ininterrottamente al fianco e con lo sguardo fisso sulle mie scrutabili perplessità. L’impressione sovrastava la distanza che mi teneva ad un palmo di naso.
Giunsi sulla terra e ne gustai il tumulto, al corrente che il mio vagare era ormai in memoria. Sarebbe ritornato utile nei momenti di nostalgia, quando scende la sera o quando non senti volare una mosca se non quella che fischia disordinata nella testa.
L’isola, però, ne valeva la pena: selvaggiamente innamorata del suo humus, trascinante ed incontaminato, una luce accecante all’occhio clinico di un viandante in comodato d’uso.
Tutto in movimento lungo un corpo diffuso di curiosità

(m.gar) 7.7.14

“acrobata del vizio” di da.genovese